Acquasanta

Titolo: Acquasanta
Autore:
Valentina Gebbia

Palermo è una città che fa soffrire. Tanto è l’amore quanto l’angoscia del vivere una città dominata da tutte quelle maschere di cui si è vestita nel tempo e di cui fa fatica a liberarsi. Come un tratto del DNA.
Acquasanta è il dipinto di una città che vive succube dei propri errori, una città vissuta con rassegnazione ma anche con spirito di rivalsa da chi crede ancora che sotto quelle maschere ci sia un volto bellissimo. Chi dà voce a Palermo è la famiglia Mangiaracina, vecchi amici di Valentina Gebbia, autrice e creatrice di questo microcosmo letterario delle Mangiaracina Investigazioni.

AcquasantaIl delitto di cui parla Acquasanta non è certamente un pretesto, rappresentando l’evento cardine del romanzo, ciò da cui tutto parte; ma il racconto di quest’episodio si coniuga bene a un raccontare diverso, quello di una realtà macchiata dalla colpa del non sapersi difendere.
La porta spalancata sul romanzo è la morte di Ottorino, il cui delitto è filo conduttore di tutto l’esserci del romanzo, l’evento da cui si districa con una scrittura ricca e saporita tutta la tessitura di Acquasanta. Si amalgamano bene come in una ricetta consolidata dalla tradizione, sapori e dolori, tormento e ironia.
La penna di Valentina Gebbia traccia i contorni della vita di Terio e Fana, figli di Assunta Mangiaracina che, a parer mio, regala a tutto il romanzo l’autentico carattere palermitano. Una donna verace, genuina rappresentante dello spirito di Palermo.
A questo proposito, mi vengono in mente le parole di Flannery O’Connor in Scrivere racconti: è necessario per chi scrive calarsi nel concreto della propria realtà, senza ignorare il tessuto sociale che rende significativo un personaggio o una storia. Il modo migliore per “costruire” un personaggio è farlo mediante il suo idioma e il suo contesto. Nonostante si riferisca alla natura dei racconti, si adatta bene a Acquasanta e agli abitanti di questo romanzo che parla di e fa parlare Palermo.

Fana, affascinata dal mondo del cinema, lavora alle riprese di un film le cui scene si svolgono nella grotta della Madonna dell’Acquasanta e al castello Utveggio. Luoghi che si ricollegano alla Storia, alle tradizioni legate soprattutto ad una figura pagana, Dio femmina, Tanit; figura che avrà una “parte” fondamentale nel mistero che la Mangiaracina Investigazioni si propone di risolvere. L’impronta di una mano rossa getta il dubbio sull’intreccio di questa trama così oscura, ponendo un interrogativo: che legame c’è tra il delitto e il culto di questa Dea?
Assorbito dalla vicenda del crimine avvenuto, sia per professione sia per un legame affettivo con la persona coinvolta, Terio disegna confini più filosofici del romanzo, elargendo riflessioni su una città che con i suoi splendori e i meravigliosi panorami, paradossalmente rimane impassibile alle atrocità, resta a guardare senza opporsi. Una città con due volti, il bene e il male, e due verbi: scappare o restare?

Non sono d’accordo nel considerare Acquasanta un giallo. Ne ha i tratti, e come tutti i gialli arriva alla sua soluzione – che non è mai quella matematica del 2 + 2, ma un percorso intricato e faticoso – ma ha qualcosa in più: le tradizioni ben travestite da Assunta Mangiaracina, che con il suo dialetto fa sorridere e sì, anche intenerire; la passione e dedizione di chi non si arrende, di chi si arma delle proprie forze, come Fana, per costruire quei “sogni che non sentono ragioni”. E quella voce di tutti i personaggi del romanzo ma in particolare di Terio, che parla del desiderio di farsi portatore di una denuncia, di un grido d’aiuto per Palermo, troppo maltrattata, dimenticata, incapace di farsi rispettare e vittima di se stessa.

Com’era possibile che Palermo non risultasse fra le meraviglie, fra i siti mondiali da proteggere? Da proteggere dagli stessi palermitani! Perché nessun sindaco, o magari un benefattore, un potente della terra, uno qualunque insomma, si era mai incazzato davvero e impietosito per una città così bella e così inconsapevole di esserlo?

Acquasanta, pubblicato da Edizioni Leima, esprimendosi a volte con parole amare di biasimo, è una dedica e un rimprovero a noi palermitani e un invito al resto del mondo a provare finalmente a considerare Palermo per la bellezza, l’intelligenza, per tutte quelle personalità che possono ridipingere la nostra città e vestirla di abiti migliori, più “puliti”.
Leggendo di Valentina Gebbia, si intuisce come il suo romanzo ritragga quello che è il suo impegno da cittadina attenta alla realtà socio-politica siciliana, innamorata di una “città che è la sua passione”. Ci parla apertamente, tramite Fana e le citazioni che trova adatte a ogni situazione, del suo amore per il cinema, soprattutto quello indipendente. Il suo libro non finisce con l’epilogo della storia. Per abbracciare davvero l’anima di tutta la sua scrittura, manca ancora un dettaglio: tra le ultime pagine la nota dell’autrice, la confessione di una scrittrice, della sua ostinazione a seguire la propria natura e i propri sogni, perché…

I sogni, invece, hanno bisogno di teste molto dure per sopravvivere. In Sicilia soprattutto.

di Verdiana Parasporo

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